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giovedì 7 giugno 2012

L'algoritmo prevede le onde aiuta a spostare la Concordia

ISOLA DEL GIGLIO

dal sito: www.repubblica.it

Una formula matematica capace di prevedere l'ampiezza e l'altezza dei marosi anche a 5 miglia di distanza servirà nelle operazioni di rimozione della nave della Costa crociere. Può essere usato anche a bordo delle navi o nella barometria

NAPOLI - La forza è sicuramente importante, ma non bisogna mai trascurare il cervello. Anche nelle operazioni di rimozione del relitto della Costa Concordia, la nave da crociera naufragata di fronte all'isola del Giglio lo scorso 13 gennaio 1. Un algoritmo che prevede l'altezza e l'ampiezza delle onde che stanno arrivando al molo da cinque miglia di distanza è stato acquistato dalla Regione Toscana e dala Capitaneria di porto locale per aiutare le società che stanno procedendo alla rimozione del relitto.

La formula matematica è stata messa a punto da Francesco Serafini del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e commercializzato dalla Remocean di Napoli. "L'algoritmo - spiega all'Ansa Massimo D'Ambrosio, amministratore delegato della Remocean - è stato sviluppato per essere imbarcato sulle navi e funziona cogliendo il segnale del radar e rielaborandolo con un comune personal computer che permette di ottenere tutte queste informazioni che normalmente non sarebbero ottenibili".

Infatti le sue applicazioni non si limitano a quelle della rimozione. Alcune grandi navi Grimaldi e Moby Lines stanno già provando l'algoritmo con l'intenzione di acquistarlo se soddisfatti. Saranno quindi in grado di prevedere onde anomale con un certo margine di manovra o di indirizzare la nave secondo la rotta migliore per risparmiare carburante. Il procedimento matematico potrà essere applicato anche alla barimetria e permetterà di tracciare una mappa precisa della profondità marina senza usare scandagli costosi. L'algoritmo è stato un argomento discusso oggi a Napoli a margine della presentazione degli Stati Generali del Mezzogiorno di Italcamp, che si terranno a Catanzaro il prossimo 30 giugno.
(06 giugno 2012)

martedì 19 luglio 2011

SIAMO ALLEGORIE O ALGORITMI?

da Repubblica.it

L' allegoria, cioè la metafora prolungata, è stata fin dall' antica Alessandria un altro nome della grande poesia narrativa. Nel Seicento è stata screditata dalla Scienza Nuova, e nell' Ottocento dall' idealismo tedesco, prima di essere riabilitata da Baudelaire e dai suoi successori poetici. Perché questa battaglia moderna intorno a una figura retorica? La metafora cela un senso figurato sotto un senso proprio. L' allegoria estende questa sovrapposizione dei due sensi a un intero racconto, e non soltanto a una parola o a un' espressione. È dunque parente del proverbio, che estende a una frase unica la dissimulazione metaforica del senso, ma è parente anche dell' oracolo, del mito e della favola, che figurano, dissimulano e nascondono una verità profonda sotto un senso proprio apparentemente banale, fittizio o misterioso. Nella tradizione classica, fino al XVI secolo, la metafora e l' allegoria sono rimaste imperturbabilmente le navi ammiraglie di una flotta di tropi che schierava anche la metonimia, la sineddoche, l' ossimoro e l' ironia. Queste figure del pensiero a doppio fondo non sono viste dalla tradizione come semplici ornamenti stilistici, ma come modalità poetiche del conoscere. Velano al profano e svelano all' iniziato le verità di un mondo anch' esso a doppio fondo, sensibile e intelligibile, fisicoe metafisico, terrestre e celeste, temporale e spirituale, finito e infinito, umano e divino. È stato Aristotele il primo a teorizzare la portata cognitiva che attiene alla metafora in questo mondo a due stadi, dove lo stadio fisico, temporale e illusorio, cioè il nostro, riflette nondimeno, indirettamente e in modo fugace, il mondo metafisico, reale ed eterno, sotto forma di somiglianze, simpatie, analogie che il linguaggio metaforico e allegorico riescono a cogliere. Aristotele ha scritto: «Saper comporre metafore vuol dire saper scorgere il simile» ( Poetica ). E ha dichiarato anche: «Il talento della metafora non si può prendere a prestito» ( Retorica ). In effetti, di questi due mondi speculari, il metafisico e il fisico, il secondo, che è il nostro, attiene nel linguaggio umano a una divinazione qualitativa e una lettura figurata la cui penetrazione dipende dalla qualità dei doni specifici, del talento personale dell' indovino. Un abisso separa il comune mortale che comunica in modo univoco e il poeta, il profeta, l' oratore, essi stessi più o meno atti a metaforizzare, cioè a passare con scioltezza e accuratezza dal senso proprio al senso figurato, dal senso specifico al senso generale, dalla parte al tutto, dall' esteriore all' interiore, dalla specie al genere, dalle apparenze alle realtà. Il linguaggio allegorico ha bisogno di talento, non soltanto da parte di chi trova le buone metafore, ma anche da parte di chi è in grado di interpretarle. Questo sapere metaforico è alla misura del contesto intermedio (il nostro) dove viene esercitato. Le metafore e le allegorie descrivono e raccontano con la stessa efficacia l' intelligibile nascosto sotto il sensibile e l' impostura del sensibile che si spaccia per intelligibile. Conservando qualcosa del potere performativo dei maghi che fanno avvenire ciò che denominano, queste figure riesconoa metamorfizzare il mondo terrestre in specchio incantato del mondo celeste, ma riescono anche, all' inverso, a smascherare il carattere illusorio, comico e ingannatore di questi riflessi effimeri del cielo nello specchio di quaggiù. I poteri della parola metaforica e allegorica, quello di descrivere, celebrare, disilludere e metamorfizzare, non hanno nulla dell' impersonalità, esattezza, univocità e universalità delle leggi e dei poteri della scienza moderna. Presuppongono la collaborazione tra un inventore più o meno ispirato e un interprete più o meno iniziato. È immenso l' impero della metafora, di cui le enciclopedie medievali e le poliantee del Rinascimento cercarono di tracciare il territorio! Questo impero non è una semplice superstizione magica, retorica, poetica, come si è tentati di credere oggi nonostante Vico, è un modo di dire e di conoscere che per quanto atrofizzato rimane una postulazione repressa ma invincibile dello spirito. Non appena ha cominciatoa imporsi, nel Seicento, contro la tradizione platonico-aristotelica, la Scienza Nuova del mondo fisico ha combattuto l' apriti sesamo me taforico degli antichi saperi e poteri del linguaggio. Metafora e allegoria non sono sfuggite alla degradazione auspicata dai loro nemici. Per Aristotele, come per Platone, la geometriae la matematica sono nel loro elemento nei cristalli metafisici del mondo celeste, e sono inapplicabili al chiaroscuro del mondo terrestre, «la cui natura», dice Aristotele, «è interamente materiale». Galileo capovolge questa affermazione e fonda la Scienza Nuova sull' assioma secondo cui il mondo sensibile e fisico è tutt' uno con il mondo intelligibile e metafisico, e quest' universo tutto, cielo e terra, è scritto in linguaggio matematico. Per Galileo, l' universo si spiega con algoritmi. Non è più un' allegoria cosmica il cui senso proprio è il mondo temporale, sensibile e terrestre, e il senso figurato da decifrare è il mondo eterno, spirituale e celeste. Galileo trasferisce il linguaggio matematico della metafisica alla fisica, umiliando il cielo antico e quantificando l' antico mondo sublunare. Ormai la verità sul mondo terrestre nonè più nelle sue qualità, che i sensi esplorano a tastoni e che l' immaginazione, la memoria e il giudizio interpretano, ma nelle sue quantità che il linguaggio matematico, ricondotto dal cielo alla terra, dalla contemplazione all' analisi, è in grado di misurare con precisione astronomica per poi renderle maneggiabili e sfruttabili con meccanica efficacia. La lingua naturale deve ripulirsi dalle metafore e dalle allegorie, e imitare quanto più possibile l' univocità logica del linguaggio matematico. Peraltro, essendo un grande letterato e amante dell' arte, Galileo non auspicò mai la morte delle discipline peccatrici di metafore, vale a dire la poesia e la pittura. Ma nelle sue annotazioni a margine delle due grandi epopee italiane del Cinquecento, L' Orlando furioso e La Gerusalemme liberata, si schiera dalla parte dell' Ariosto nella diatriba fra i suoi sostenitori e quelli del Tasso. Il grande scienziato ribadirà questo partito preso in vecchiaia, in una famosa lettera a Rinuccini del 1639. Le ragioni di questa preferenza, come ha suggerito Panofsky, non sono soltanto letterarie. Galileo inaugura la grande querelle moderna che contrappone metafora e allegoria da una parte e algoritmi dagli altri. Secondo i moderni, quelle che la tradizione vuole figure del pensiero sono in realtà figure ornamentali di cui non bisogna più abusare ora che la conoscenza della verità e il potere nel mondo sensibile sono passati dalla parte della scienza fisica e delle sue tecniche applicative. Agli occhi di Galileo, le numerose metafore del Tasso non sono altro che inanità sonora, un chiacchiericcio letterario che pretende di sbalordire e che non fa altro che celare una profonda ignoranza. Al contrario, l' Ariosto, non prendendo sul serio né le imprese iperboliche dei suoi cavalieri né gli incanti dei suoi maghi e delle sue fate, ricama con una costante ironia il suo immenso arazzo allegorico. Ironistae allegorista al tempo stesso, l' Ariosto disfa di notte, come Penelope, quello che ha tessuto di giorno. Dispensato da questa ironia di credere a una qualunque verità del poema, ma abbandonandosi di buon grado e provvisoriamente all' illusione dilettevole delle sue finzioni, il lettore si lascia estasiare senza farsi abbindolare. Questo giudizio prefigura la ridistribuzione dei ruoli che si imporrà nel Settecento. L' impero della nuova scienza fisicaè divenuto enciclopedico, e la poesia non è più altro che metromania, una variante in versi della prosa francese dei Lumi, chiara e alquanto parca di metafore. L' ostracismo della metafora decretato da Boileau e l' atrofia dell' immaginazione creatrice raccomandata da Port-Royal furono tuttavia percepiti, anche in Francia, come un danno collaterale dei progressi della Scienza Nuova. Vico, a Napoli, se ne allarmò. E a maggior ragione se ne allarmarono in Germania. Nel 1750, per esplorare questa regione devastata dello spirito, Baumgarten inventò una disciplina che battezzò Aesthetica. L' Estetica, come la Critica del giudizio kantiana, pretende di sostituire la poetica e la retorica aristoteliche, troppo artigianali, con un' autentica scienza del bello. Ma la poetica e la retorica antiche disponevano, con la metafora, di uno strumento legittimo di conoscenza e azione, che era parte integrante dell' Enciclopedia scientifica del grande filosofo greco. Mentre l' estetica moderna analizza il bello come l' etnologia studia l' indiano nella sua riserva. Il bello non è più nient' altro che una reliquia commovente, ma poco seria, ai margini del vasto impero matematico della scienza e delle tecniche. La storia della poesia e delle arti, da Baudelaire in poi, è la storia di una resistenza accanita a un mondo omogeneizzato e livellato, dove il linguaggio metaforico e allegorico si è degradato e venduto alla pubblicità, e dove la comunicazione di massa regolata da algoritmi pretende di attribuire una lingua e un pensiero alla materia. (traduzione di Fabio Galimberti) - MARC FUMAROLI