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lunedì 2 luglio 2012

Facebook si compra Face.com riconoscerà gli utenti dal viso

dal sito: www.repubblica.it

INDUSTRIA

L'azienda disporrà di una tecnologia in grado di "taggare" i suoi iscritti attraverso il riconoscimento digitale dei tratti somatici. La cifra dell'accordo non è stata rivelata, così come il destino del sito acquisito. Intanto l'azienda risale in borsa, ma è ancora lontana dalle cifre di quotazione

IL LIBRO DELLE FACCE a breve sarà in grado di individuare gli utenti dai lineamenti del viso. Facebook ha acquistato Face.com, azienda di Tel Aviv proprietaria di una tecnologia di riconoscimento facciale nelle fotografie, già partner del social network. La tecnologia di Face.com aiuterà gli utenti di Facebook a riconoscere l'identità delle persone presenti nelle foto, suggerendo i tag. Ma saprà anche indicare al social network dove e quando l'utente appare nelle immagini, contribuendo a definire ancora meglio il suo profilo sociale.

L'occhio del social.
"La tecnologia di Face.com ci ha aiutato a fornire un'esperienza fotografica migliore", ha specificato l'azienda di Mark Zuckerberg in un comunicato stampa. "Questa acquisizione ci porta in casa una squadra di livello mondiale".  In un post sul blog aziendale, Face.com ha confermato l'acquisizione: "Ci piace costruire prodotti e come i nostri amici di Facebook crediamo che i dispositivi mobili sono un parte fondamentale nella vita della gente, che può sia consumare che creare contenuti, condividendoli sui social network", spiega il comunicato. Che conclude: "Lavorare direttamente con Facebook e unirci alla loro squadra ci darà più opportunità di costruire un prodotto apprezzato dai consumatori. E' tutto quello che abbiamo sempre voluto". Face.com però non ha spiegato se il suo sito continuerà a essere attivo dopo l'acquisizione. Solitamente, infatti, Facebook chiude i siti che acquista, assumendo inoltre i dipendenti di quelle compagnie. Finora solo Instagram, in corso di acquisizione per la cifra di un miliardo di dollari da parte di Facebook, ha costituito un'eccezione.

Cifre sconosciute. Al contrario di quanto avvenuto con Instagram, stavolta i termini dell'accordo non sono stati resi noti, e la somma di acquisizione rimane un mistero. A un mese dalla quotazione, il social network può comunque festeggiare un aumento del valore del titolo, dell'11% la scorsa settimana. Ma i valori sono ancora il 21% sotto il prezzo fissato nella "initial public offering", in quello che è il calo maggiore nel primo mese di scambi di una società con un'ipo da più di un miliardo di dollari.
(20 giugno 2012)

mercoledì 9 maggio 2012

Quanto soddisfa parlare di sé? Quasi come il cibo e il sesso

dal sito: www.lescienze.it
 
 Gran parte delle nostre conversazioni ha come argomento centrale noi stessi, ciò facciamo e pensiamo. Una ricerca ha indagato per la prima volta sui meccanismi biologici che spingono a questo comportamento, di cui è riconosciuto il valore adattativo quale mezzo di rafforzamento dei legami sociali, scoprendo che esternare i propri pensier attiva i sistemi primari della ricompensa, gli stessi che rispondono a stimoli come il cibo e il sesso 

(red)

Parlare di sé è gratificante quasi quanto mangiare e fare sesso, e potrebbe addirittura trattarsi di una pulsione primaria: è quanto sostiene una ricerca condotta da due psicologi della Harvard University, che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

Studi statistici condotti sulla comunicazione umana hanno dimostrato che il tra il 30 e il 40 per cento delle conversazioni quotidiane viene utilizzato per trasmettere ad altri informazioni sulle proprie esperienze soggettive e sui rapporti personali, una percentuale che può arrivare addirittura all’80 quando si tratta delle comunicazioni sui social network.

La nostra specie è intrinsecamente portata a rivelare i propri pensieri agli altri? E che cosa spinge le persone a divulgare con tanta solerzia le proprie opinioni e conoscenze sul mondo? Per rispondere a queste domande, Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell hanno condotto una serie di esperimenti per verificare l’ipotesi che l’opportunità di rivelare i propri pensieri sia vissuta come una potente forma di ricompensa soggettiva.

In realtà, non mancano gli studi che hanno analizzato i fattori che influenzano la probabilità che gli individui esternino i propri pensieri e vissuti personali, fattori come il senso di affinità che si può provare verso chi ascolta, o le aspettative di reciprocità, con i conseguenti possibili benefici di ritorno.

Tuttavia queste ricerche hanno sistematicamente indagato il fenomeno dalla prospettiva dei possibili vantaggi adattativi di questo comportamento, per esempio per la creazione o il rafforzamento di legami e alleanze sociali. Non esistevano invece studi che prendessero in esame i meccanismi cerebrali e biologici che spingono a questo comportamento.

Quanto soddisfa parlare di sé? Quasi come il cibo e il sesso 
Comunicare il proprio pensiero attiva le aree della ricompensa (Cortesia D.I. Tamir, J.P. Mitchell / PNAS)
Nel corso di un'articolata
serie di esperimenti, Tamir e Mitchell hanno sottoposto i partecipanti a risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI), mentre esternavano le proprie convinzioni e opinioni oppure formulavano ipotesi su quelle di un'altra persona. In alcuni dei test veniva anche proposto uno scambio fra la possibilità di esprimere il proprio pensiero e una piccola ricompensa in denaro.

Dall’analisi dei risultati è apparso che la comunicazione dei propri vissuti è fortemente associata con l' aumento di attività nelle regioni del cervello corrispondenti al sistema dopaminergico mesolimbico, e in particolare quelle del nucleo accumbens e dell'area ventrale tegmentale, due aree che rispondono significativamente sia alle ricompense primarie, come il cibo o il sesso, sia a quelle secondarie, come il denaro o altri mezzi simbolici che possono essere scambiati con le ricompense primarie.

Sulla base dei dati raccolti, Tamir e Mitchell ipotizzano quindi che per gli esseri umani esternare i propri pensieri sia un evento dotato di valore intrinseco, che mobilita gli stessi meccanismi messi in gioco da ricompense primarie come il cibo e il sesso.

martedì 19 luglio 2011

L' origine delle invenzioni il genio è un social-network

da Repubblica.it

LE IDEE sono, dirottando una definizione antica, animali sociali. Deperiscono in solitudine, prosperano in compagnia. Quelle nuove, soprattutto, si sviluppano nella promiscuità, nel passaggio di mano, nello scambio ricombinante. Il «genio solitario» è un mito per i nostalgici. Archiviamolo quindi allegramente. Come sostengono in due libri appena usciti negli Stati Uniti, Kevin Kelly e Steven Johnson, tra i più interessanti tecnologi in circolazione. E già la parabola editoriale - due generazioni diverse con argomenti così simili arrivati in libreria negli stessi giorni - finisce per asseverare la tesi di partenza. Ovvero che la storia dell' innovazione è lastricata di questi sincronismi perché il nuovo, a un certo punto, è come il frutto maturo sugli alberi e capita che più persone allunghino la mano per coglierlo. Come insegnano i sostanziali ex aequo di Bell e Meucci sul traguardo del telefono, i veleni tra Marconi, Edison e Tesla intorno alla radio, i nove padri del telescopio, e così via. Anzi, per dirla con Johnson, che struttura il suo Where Good Ideas Come From: The Natural History of Innovation (Riverhead, 326 pagine, 26,95 dollari) in sette capitoli e altrettante modalità in cui si manifesta il salto quantico dell' innovazione, la coincidenza dei volumi è la riprova dell' «adiacente possibile». Il concetto, preso a prestito dal biologo teoretico Stuart Kauffman, è un richiamo alla propedeuticità nelle invenzioni. Solo quando tutti i limiti della tecnologia attuale sono stati esperiti si può pensare di passare alla successiva. La «macchina analitica» che Charles Babbage aveva concepito nel 1830 era, concettualmente, già la ricetta per il computer moderno. Ma gli ingredienti ancora non erano pronti e non lo sarebbero stati per un altro secolo. Lo stesso vale per ciò che oggi chiamiamo web. A metà anni Sessanta, Ted Nelson concepisce il Progetto Xanadu, il prototipo di un ipertesto multimediale, ma al risultato reale arriva un quarto di secolo dopo il fisico Tim Berners Lee, posando le fondamenta dell' html. «Il suo è stato un mezzo passo avanti rispetto a quel che si conosceva sin lì, mentre il design più elegante di Nelson avrebbe richiesto da parte di tutti cinque passi in un colpo solo». Tra le strade che il nuovo sceglie per avanzare c' è anche l' exattamento, vale a dire l' utilizzazione alternativa di qualcosa che si era evoluto per altri scopi, come la pressa per l' uva essenziale nel realizzare la stampatrice di Gutenberg. O le piume per gli uccelli, spuntate per scaldare ma servite poi a volare. Le analogie con gli organismi viventi affollano anche What Technology Wants (Viking, 416 pagine, 27,95 dollari). Kelly va oltre, attribuendo alla tecnologia una sorta di autonoma capacità senziente. Ciò che battezza technium è il «sistema globale di tecnologia massicciamente interconnesso che vibra intorno a noi». Non solo macchine ma tutti «i frutti della creatività umana», dalla filosofia al codice informatico. La buona notizia è che questo golem digitale non sta preparando una sedizione contro gli umani: «I suoi desideri meccanici non sono vere deliberazioni ma piuttosto tendenze». Quelle, comuni a ogni forma di vita, di evolversi, espandersi, crescere di complessità. Kelly sa che il prezzo da pagare a questa moltiplicazione è, tra l' altro, l' aumento esponenziale della robaccia che intasa le arterie del web. Ma anche lo scarto ha una funzione: «Per creare qualcosa di veramente grande devi avere la possibilità di fare anche un sacco di schifezze». Vale per la tv («mediocre prima di YouTube perché era troppo costoso osare»), vale per l' uso di Internet, esploso creativamente con il crollo dei prezzi della banda larga. Viene in mente l' amm o n i m e n t o d i S a m u e l Beckett: «Prova ancora, sbaglia ancora, sbaglia meglio». Possibilmente in squadra, perché come dimostra un vecchio studio del sociologo Kevin Dunbar (diventato poi celebre per aver dato il suo nome al numero massimo di amici gestibili: 150) su vari biologi molecolari, le scoperte più importanti avvengono in gruppo, nella discussione più che al microscopio. Parte di quell' interazione si è spostata in Rete. Twitter, per Johnson, è un habitat propizio per intercettare e manipolare i flussi di novità. Piuttosto i retweets, specifica Kelly, ovvero il riprendere e rilanciare le segnalazioni altrui. Anche in quel pagliaio di narcisismo esistono aghi di saggezza. Se non proprio il genius, almeno lo scenius che, nel neologismo di Brian Eno, indica i protagonisti appassionati e interconnessi nella scena sociale. Tutti insieme intelligentemente. - RICCARDO STAGLIANÒ