Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta web. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta web. Mostra tutti i post

mercoledì 9 maggio 2012

I libri arrivano su Google Play per Android, computer e iOS

dal sito: www.repubblica.it

Oltre due milioni di titoli tra cui scegliere. L'Italia è il primo Paese di lingua non inglese a rendere accessibile la piattaforma. Più di 80 gli ebook reader compatibili e oltre al testo, si avrà l'opportunità per ogni libro di poter leggere la scheda tecnica, le recensioni, le descrizioni e anche un'anteprima da scaricare

BIG G porta i libri su Android, pc e dispositivi iOs anche in Italia, grazie a un accordo tra il colosso americano e alcuni editori italiani. Da oggi sarà quindi possibile acquistare libri in formato digitale su Google Play, la piattaforma cloud di intrattenimento digitale di Google.

L'Italia è il primo Paese di lingua non inglese a rendere accessibile la piattaforma e i lettori avranno a disposizione più di 2 milioni di titoli tra cui poter scegliere. Numerosi gli editori italiani che hanno deciso di essere partner, dai gruppi più grandi come Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfer, Rizzoli. I prezzi saranno variabili in base alle diverse case editrici, Mondadori oscilla fino ad un massimo di 9,99 euro, Rcs attua una politica che si basa sul valore, con ragionamenti ad hoc.

La piattaforma cloud consentirà al libro acquistato di vivere nella 'nuvola' e quindi i lettori potranno accedere da qualsiasi dispositivo: pc, smartphone, tablet. Tutti i dispositivi sono sincronizzati tra loro, quindi il lettore avrà la possibilità di scegliere dove, come, con che mezzo leggere il libro acquistato. Sono più di 80 gli ebook reader compatibili e a breve arriverà anche in Italia l'applicazione Google Play Books per iOS.

Oltre al testo, si avrà l'opportunità per ogni libro di poter leggere la scheda tecnica, le recensioni dei lettori, le descrizioni e anche un'anteprima da scaricare. Sarà possibile leggere anche in modalità offline.

Secondo Marcello Vena, head of digital products, Google Play arricchisce in termini potenziali il mercato perchè "separa il concetto di scoperta e fruizione del libro dal dispositivo di lettura". I dispositivi tecnologici si evolvono nel tempo per cui "è importante per il lettore poter cambiare device e non essere vincolato ad un unico strumento. Dunque è un un'opportunità di allargare il mercato", spiega Vena.
(08 maggio 2012)

Twitter, sessantamila password rubate "Cambiate la vostra parola chiave"

dal sito: www.repubblica.it

Pubblicati online i dati di accesso di migliaia di account del social network. L'azienda: "Già avvisati gli utenti colpiti". Il giallo della lista: forse è in rete dall'estate scorsa, ma nessuno a Twitter se ne era mai accorto  

di ALESSIO SGHERZA

NON C'È pace nel paradiso dei social network: i dati di accesso di sessantamila utenti Twitter sono stati rubati e pubblicati online. Una mole imponente che mostra coppie composte da un indirizzo e-mail e una password, ovvero tutto ciò che è necessario per impossessarsi di un account del social network.

I file, pubblicati tra lunedì e martedì, sono poco più di sessantamila (60.240 per la precisione) e sono stati pubblicati su un sito spesso usato dagli hacker per la condivisione di file di testo. Twitter ha ammesso che il problema esiste e ha aperto un'indagine per capire come sia stato possibile, ma ridimensiona il numero di account a rischio: ci sarebbero infatti molte ripetizioni nella lista, circa ventimila, e molti altri sono finti account usati dagli spammer, e per questo già sospesi. Inoltre, dice ancora Twitter alla France Presse, "alcune credenziali non sono abbinate correttamente". Ovvero l'indirizzo e-mail non corrisponde a quella password e viceversa.

Scorrendo la lista, sembra che ad essere colpiti siano soprattutto utenti brasiliani o di madrelingua inglese. Ma potrebbe esserci di tutto. "Stiamo studiando la situazione - spiegano ancora da Twitter - e abbiamo inviato messaggi di reimpostazione della password a tutti gli utenti che crediamo possano essere stati colpiti".

C'è inoltre un altro sospetto, che è allo stesso tempo una buona e una cattiva notizia. Ovvero che la lista pubblicata oggi non sia esattamente nuova. Lo scorso anno, a luglio, LulzSec,
una sigla del movimento hacker a volte legata ad Anonymous, ha infatti pubblicato circa sessantamila e-mail e password rubate senza dire a quale sito facessero riferimento (si parlava di 'random source', ovvero 'fonti casuali').

Già la coincidenza del numero fa pensare: se poi ci aggiungiamo che molti dei nomi della nuova lista corrispondono a quella dell'anno scorso, il sospetto diventa quasi certezza.

Così la buona notizia è che ora almeno si sa che si tratta di account Twitter, e molti dei quali avranno già una password nuova cambiata nel corso dell'ultimo anno. La cattiva notizia è che una lista gira sul web da un anno e Twitter sembra essersene accorto solo ora. Forse un campanello di allarme sarebbe potuto suonare già un anno fa.

L'annuncio della pubblicazione arriva proprio nel giorno in cui l'account dell'attore Mark Ruffalo - oggi al cinema con The Avengers, in cui interpreta Hulk - è stato hackerato, con tanto di presa in giro: "Abbiamo preso il tuo account perché la password era veramente stupida LOL =))". Non è chiaro se i due eventi siano collegati.
(09 maggio 2012)

Lingue in via d'estinzione per salvarle si va sul web

dal sito: www.repubblica.it

Ogni 14 giorni muore un idioma e, di conseguenza, una cultura. Ma esistono comunità che chiedono aiuto alla tecnologia. E' il caso del Ktunaxa, parlato da una tribù di nativi dell'America nord-occidentale, e di tante altre  

di PAOLA ROSA ADRAGNA

ESISTE una lingua parlata solo da dodici persone. O meglio: esiste una lingua, antichissima e senza legami con altre lingue esistenti, che combatte l'estinzione con le armi della globalizzazione. Si tratta del Ktunaxa, parlato da alcune tribù di nativi che abitano nell'America nord-occidentale, tra il Montana, l'Idaho e la Columbia Britannica.

Secondo un censimento del 1990 i parlanti Ktunaxa erano poco meno di 400, ma i dodici che ne conservano strutture e lessico intatti appartengono soprattutto alla vecchia generazione. E nessun altro al mondo è capace di parlarlo. Il rischio è quello che, come successo al Kamassino (parlato fino a 30 anni fa in Russia, sui monti Urali) e a tante altre, la lingua possa estinguersi con la morte degli ultimi anziani.

Alcuni membri della comunità hanno così deciso di utilizzare la tecnologia per combattere questo pericolo. Stanno caricando su internet registrazioni, giochi interattivi per bambini e altro materiale trascritto da rendere fruibile a chiunque voglia imparare il Ktunaxa. Ci sono addirittura corsi di laurea online per gli adulti desiderosi di riscoprirlo.

La soluzione sembra delle più sensate visto che i giovani membri della comunità sono tutti nativi digitali. Grazie alla Rete poi, il materiale caricato è accessibile a chiunque, in qualunque posto si trovi. "Se non avessimo agito - spiega Marisa Philips, una delle 'conservatrici' - avremmo rischiato di perdere, non solo la nostra lingua, ma anche la nostra identità di nazione e popolo
Ktunaxa".

La comunità, composta da circa 2000 persone, cerca così di riuscire dove altri hanno fallito. Quella zoan d'America è stata infatti la tomba di numerose altre lingue indigene. "Cerchiamo di essere all'avanguardia e di pensare alle possibili cose da fare nel futuro per continuare a preservare la nostra cultura", afferma Don Maki, il direttore del consiglio nazionale.

E il Ktunaxa non è l'unica lingua che vede nella tecnologia una via di salvezza dall'estinzione. Esiste un'applicazione per iPhone che insegna la pronuncia delle parole in Tuvan, lingua di una popolazione nomade che vive tra Mongolia e Siberia. Per il Siletz Dee-ni (degli indiani d'America dell'Oregon) e per altre sette lingue in pericolo di estinzione, David Harrison, professore di linguistica allo Swarthmore College in Pennsylvania , con la collaborazione dei madrelingua ha prodotto e pubblicato sul web otto dizionari 'parlanti'.

Secondo la rivista National Geographic ogni 14 giorni muore una lingua. Tra cent'anni potrebbero essere scomparse la metà delle oltre 7000 lingue parlate oggi nel mondo, con la conseguente perdita di migliaia di culture. La tecnologia, accusata di uccidere le diversità, forse è l'unico modo per salvarle.
(09 maggio 2012)

giovedì 3 maggio 2012

Roma capitale dei virus informatici e i siti religiosi sono tra i più colpiti

dal sito: www.repubblica.it

SICUREZZA

I dati dell'ultimo rapporto Symantec sulla sicurezza di internet. La città è la seconda al mondo (dopo Taipei) per numero di computer infetti. Ogni giorno partono 42 miliardi di mail spam. E il web 'sacro' è colpito quasi cinque volte di più delle pagine pornografiche
di FRANCESCA TARISSI

ROMA Caput Mundi, e ora anche capitale dei virus informatici. L'ultimo Internet Security Threat Report, stilato da Symantec sulla diffusione a livello mondiale di malware nel 2011, attribuisce alla città eterna un nuovo primato. Roma risulta infatti essere al primo posto, come pure l'intera Penisola, per numero di bot nei Paesi dell'area Emea (Europa, Medio oriente e Africa) e la seconda al mondo, subito dopo Taipei a Taiwan.

I bot sono computer infetti che, all'insaputa dell'utente, vengono controllati e utilizzati dai malintenzionati per lanciare attacchi coordinati e mirati. A seguire, ma con molto distacco, Milano, Cagliari, Arezzo e Bolzano. Da questo punto di vista il rapporto dell'azienda antivirus è lapidario: il 4 per cento di tutto lo spam e il phishing rilevato nelle regioni Emea proviene dal nostro Paese.

IMMAGINI: IL REPORT IN GRAFICA 1

Prova ne sia che l'italiano risulta essere una delle dieci lingue più utilizzate, dopo l'inglese, nei testi delle posta spazzatura. In cifre vuol dire che una mail di spam ogni 701 parla la nostra lingua. A consolarci (parzialmente), il primo posto della Russia per numero di pc zombie utilizzati come spammatori, e il primo posto assoluto sul podio delle attività legate al phishing conquistato dalla Germania.

Ma se l'Italia non brilla per la sicurezza informatica, anche il resto del mondo non sembra passarsela meglio. Il diciassettesimo Internet Security Threat Report, infatti, non manca di riservare delle sorprese. Analizzando i vari di tipi di virus, worm, trojan e azioni informatiche nocive (come i network attack e i web based attack), emergono dati allarmanti. Mentre il numero di vulnerabilità è diminuito del 20 per cento e lo spam globale è sceso dall'86 per cento del 2010 al 75 per cento del 2011 (equivalente comunque a 42 miliardi di email spam al giorno), la quantità di attacchi informatici è cresciuto dell'81 per cento. In media, 1,1 milioni di identità sono state esposte per ogni singola violazione di dati nel 2011, con una crescita esponenziale rispetto agli anni precedenti.

Gli attacchi sono diretti soprattutto verso le aziende di ogni dimensione, il furto dei dati dei dipendenti e i loro dispositivi mobili. Che siano aziendali o privati, però, tablet e smartphone non piacciono solo ai proprietari ma sono ormai privilegiati anche dai cyber criminali. Un dato su tutti: lo scorso anno le  minacce per i dispositivi mobili, sviluppate specificamente per carpire le informazioni memorizzate su terminali e tavolette digitali, soprattutto Android, sono cresciute del 93 per cento. Nel 2010 erano 163, oggi sono oltre 315.

Attenzione soprattutto a non perdere d'occhio il cellulare, il tablet e anche le chiavette Usb. Se l'hacking in 12 mesi ha esposto ben 187 milioni di identità, il numero più alto per qualunque tipo di violazione verificatasi lo scorso anno, occorre dire che il dieci per cento (18,5 milioni) è stata causata dal furto o dallo smarrimento degli strumenti informatici su cui siamo soliti conservare i nostri dati.

Altri dati interessanti riguardano la varietà delle vulnerabilità informatiche: lo scorso anno ne sono state scoperte ben 4.989 nuove, mentre le varianti uniche di malware verificate sono salite a 403 milioni contro i 286 del 2010.
Tra i siti più insidiati, i religiosi/ideologici. Da quanto rivela il rapporto di Symantec, sembrerebbe che gli utenti siano molto più interessati al sacro che al profano. Al punto da spingere i cyber criminali a dedicarsi con maggiore attenzione agli spazi web dedicati ai culti che non a quelli a luci rosse. I primi, infatti, superano i secondi per numero di minacce medie presenti per sito infetto con un rapporto di 115 a 25.

E se pensate/sperate che rilassarvi facendo due chiacchiere su Facebook o Twitter sia un'attività senza conseguenze, siate consci di nutrire una falsa speranza. A detta del report, infatti, i social network sono la nuova terra di conquista dei criminali informatici che, grazie alle tecniche di social engineering e alla natura virale delle reti sociali, più facilmente riescono a diffondere le minacce.
(02 maggio 2012)

giovedì 12 gennaio 2012

Icann lancia la nuova internet Domini aperti e multi-codice


da: www.repubblica.it

Dopo anni di gestazione, l'organismo nato per garantire la stabilità e lo sviluppo della Rete dà il via libera alla più grande apertura di domini di 1º livello. Si accetteranno anche nomi in alfabeto cinese e arabo: tramonta così l'egemonia a stelle e strisce sul Web di GIULIA BELARDELLI

CI VORRA' del tempo prima di comprenderne gli effetti, ma internet sta per intraprendere uno dei cambiamenti più significativi della sua storia. Ce ne accorgeremo quando vedremo indirizzi Web terminare con caratteri a noi sconosciuti, ma pane quotidiano per popolazioni che, giorno dopo giorno, fanno un uso sempre maggiore della Rete. Dal 12 gennaio, infatti, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l'organizzazione non profit nata con il compito di assicurare la sicurezza, lo sviluppo e la stabilità di internet, inizierà ad accettare le richieste per una nuova classe potenzialmente infinita di nomi di dominio di primo livello (i cosiddetti TLD, "top-level domain"). Potranno nascere, dunque, suffissi Web di ogni tipo a patto che si sia disposti a pagare 145.000 euro e si riesca a superare la fitta rete di controlli ideata da Icann per scongiurare il rischio di frodi e "occupazioni" virtuali.

Sullo sfondo di questo piano  -  il cui iter va avanti da ben sei anni  -  c'è il malumore di diverse aziende e organismi internazionali. Non solo: a storcere il naso è soprattutto il Congresso americano, il quale non vede di buon occhio l'internazionalizzazione che è alla base del nuovo sistema. Una delle novità più grandi, infatti, mette in crisi l'egemonia occidentale (e statunitense in particolare) anche dal punto di vista linguistico, ammettendo la possibilità di nomi composti da caratteri non latini. Chi l'ha detto, d'altronde, che gli alfabeti cinese, cirillico e arabo non debbano avere diritto di cittadinanza a fine URL? Ecco dunque nel dettaglio in cosa consiste il nuovo piano e quali conseguenze potrebbe avere sul volto sempre più multietnico di internet.

A ognuno il suo dominio. Ad oggi nel cyberspazio esistono solo sedici possibili indirizzi alla destra del punto (come .com e .net) che non si riferiscono a Paesi o territori (come .uk o il nostro .it). Negli ultimi anni Icann ha lavorato per aggiungere a questa categoria nuovi domini, cercando allo stesso tempo di proteggere i marchi e i consumatori. Da giovedì prossimo e fino al 12 aprile, aziende, governi e comunità di tutto il mondo potranno presentare domanda per introdurre e gestire un nome di dominio a propria scelta. Poi toccherà alla stessa Icann, in collaborazione con l'Interpol, il compito di verificare l'attendibilità dei singoli applicanti e scovare eventuali richieste indebite. Al momento è impossibile prevedere il numero delle domande che verranno archiviate nel corso di questi tre mesi: alcuni parlano di centinaia, altri di migliaia.

Internet che cambia. Il CEO di Icann, Rod Beckstrom, ha confermato il calcio d'inizio durante una conferenza stampa che si è tenuta a Washington DC, nel centro nevralgico dove lobbisti di ogni bandiera hanno passato gli ultimi mesi a cercare di fargli cambiare idea. "Questa settimana si apre una nuova era per il sistema dei nomi di dominio, una pietra miliare nella storia di internet", ha detto Beckstrom. "Internet, come sappiamo, è stato sviluppato inizialmente negli Stati Uniti. Era americano al 100%, ora sta diventando 100% globale. Il nuovo piano facilita questa transizione, che è un bene per il mondo e per l'umanità".

Non solo alfabeto latino. Il ragionamento di Icann, organizzazione composta da una galassia di soggetti diversi, è che ormai nel mondo metà degli utenti di internet  -  circa un miliardo  -  si trova in Asia. Di questi, quasi 500 milioni sono in Cina. "È un paradosso che oggi su internet non ci sia un singolo dominio generico di primo livello scritto in caratteri cinesi o arabi", ha detto Beckstrom. "Grazie al nuovo programma, per la prima volta organizzazioni di Pechino, di Nuova Delhi o del Qatar potranno fare domanda per nomi di dominio nei propri alfabeti. Gli utenti di queste aree geografiche vogliono l'accesso a queste risorse, si rendono conto che è un loro diritto e non è giusto aspettare oltre".

Le critiche. L'aspetto multiculturale, però, non è bastato a convincere il Congresso americano e le tante aziende e organizzazioni che si sono schierate contro il piano. Un primo problema riguarda la proprietà intellettuale e la protezione dei marchi di fabbrica. Il fenomeno incriminato, noto come cybersquatting, si verifica ogni qualvolta un soggetto si impossessa indebitamente del nome di dominio di un marchio altrui a scopi criminali e/o di lucro. Uno dei rischi, dunque, è che le aziende inizino a investire in maniera difensiva per proteggere i loro brand comprando suffissi Web che non avrebbero mai avuto intenzione di utilizzare - un po' come sta accadendo con il famigerato dominio porno .xxx, per ora andato a ruba più tra le università e le aziende in forma preventiva che tra le varie anime del porno. Preoccupazioni a riguardo sono state espresse anche dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) che insieme hanno scritto una lettera all'Icann chiedendole di preservare indirizzi come .un o .imf.

Il braccio di ferro con il Congresso Usa. Né sono apparse più morbide le posizioni del Parlamento americano, che con il senatore democratico Jay Rockefeller ha chiesto a Icann di "limitare drasticamente" il numero dei nuovi domini, mentre il presidente della Federal Trade Commission, Joe Leibowitz, è arrivato a definire il provvedimento come un "potenziale disastro" e una "porta d'accesso alle frodi online". Secondo il Wall Street Journal, il braccio di ferro rende l'idea di come il peso del Web sia cambiato nel corso dell'ultimo decennio. L'organizzazione, infatti, fu fondata nel 1998 per sollevare il governo statunitense dalla responsabilità di accollarsi da solo "la stabilità operativa del Web". Da allora i suoi processi decisionali sono sempre avvenuti in modo forse caotico, ma di  fatto pluralista: tra i gruppi d'interesse che gli orbitano attorno ci sono governi, ma anche aziende, enti di registrazione, aziende, esperti di sicurezza e altre non profit, in un multiverso così vasto da rendere impossibile la dominanza di un soggetto sull'altro.

Il nuovo volto di internet. Da tempo, quindi, Washington ha perso quel ruolo di leadership che a volte ancora vorrebbe avere. "Icann è un'organizzazione internazionale", ha ricordato il CEO. "Ha sede in America ma rappresenta interessi globali. C'è una tensione con chi vorrebbe che fosse un organismo statunitense, ma non lo è". In tutto ciò la sicurezza resta un tema cruciale (per capirlo basta dare un'occhiata alla Applicant Guidebook http://newgtlds.icann.org/en/applicants/agb 1), su cui però è necessario "lavorare tutti insieme, e quindi anche con Paesi come la Siria, la Corea del Nord, l'Iran". Difficile fare previsioni su come sarà internet tra 5-10 anni. "Di certo  -  ha azzardato Beckstrom  -  somiglierà meno a un singolo Paese e più al mondo così com'è. Sarà più ubiquo, ci saranno più nomi, dispositivi, diversità. Ci sarà spazio per lingue diverse, meno latino e più cinese, arabo, cirillico. Qualcuno si potrà chiedere perché stiamo facendo questo. La domanda è un'altra: come avremmo potuto aspettare ancora?".
(11 gennaio 2012)

martedì 19 luglio 2011

L' INTELLETTUALE? È DIVENTATO INORGANICO

Umberto Eco, nel suo Alfabeto per intellettuali disorganici che apriva Alfabeta2 (e che è uscito su la Repubblica dell' 8 luglio) sostiene che "intellettuale" è chi svolge una attività non manuale accompagnata da ragione critica. Certo, ma vorrei sottolineare che questa attività si esercita necessariamente in pubblico e per iscritto, o con qualche altra forma di registrazione, cioè comporta l' uso di documenti. Se Zola non avesse avuto un giornale su cui pubblicare il J' accuse, e un editore che stampasse i suoi romanzi, non sarebbe stato un intellettuale. Gli intellettuali dell' Ottocento, quelli che costituiscono l' emblema della categoria, erano anzitutto scrittori.A loro volta, erano gli eredi di chierici e di scribi, di mandarini e di notai. Per essere intellettuali non basta essere intelligenti: nessuno direbbe che un campione di scacchi è un intellettuale (e in più casi si può essere intellettuali senza essere intelligenti). E non basta nemmeno coltivare in privato un pensiero critico: bisogna esprimerlo, altrimenti resta nella sfera della coscienza, non in quella della opinione pubblica, come sapeva bene Federico il Grande, illuminato quanto si vuole, ma tiranno, che ai suoi sudditi diceva "Pensate come volete, ma ubbidite!". Ecco perché per essere intellettuali è necessario produrre documenti, ossia con testi che riguardano almeno due persone, un autore e un lettore. Se cambiano i documenti e i loro luoghi di produzione (stampa, televisione, web) cambia l' intellettuale. L' evoluzione è pressappoco la seguente: l' intellettuale nasce organico, in un convento, in una scuola, e comunque in una società di cui condivide ritie miti. Diventa disorganico (ha la possibilità di farlo) solo a un certo punto, con un determinato sviluppo dei sistemi di scrittura e diffusione, cioè dei media. Ora, che cosa accade nel momento in cui - come è avvenuto negli ultimi trent' anni - si assiste a una esplosione della scrittura, dei documenti e dei sistemi di registrazione in generale (di ciò che propongo di chiamare "documentalità"),e in cui l' estensione ". doc" invade ogni angolo della nostra vita? La mia ipotesi è che si faccia avanti un intellettuale inorganico, non nel senso che sia l' espressione di una "intelligenza collettiva" e disincarnata come quella profetizzata all' apparire del web. E neanche perché sia il frutto di quella "società della conoscenza" di cui tanto si è parlato, ma che è poco più che una figura retorica. Ma perché sorge almeno in parte al di fuori dei tradizionali organismi di formazione e di legittimazione della funzione intellettuale che sono stati l' università, i giornali e le case editrici. Il suo habitat è quella specie di biblioteca di Babele che è il web, ed è a quel luogo che fa essenzialmente riferimento. La rete è sia la fonte da cui trae alimento sia il destinatario a cui si indirizza, e in cui i commenti al blog e il numero dei contatti prendono il posto di ciò che nella tradizione moderna si chiamava "opinione pubblica", e di ciò che nel postmoderno sono diventati i sondaggi, le classifiche e l' auditel. L' intellettuale inorganico ha tre caratteristiche principali. La primaè che si tratta di un intellettuale sans papier, sia nel senso che non scrive più, essenzialmente, su carta, sia nel senso in cui non riceve più dalla carta il riconoscimento del proprio status. Julian Assange, che ha diffuso sul web i documenti segreti sull' Afghanistan, si presenta agli occhi del mondo dietro al suo Apple, proprio come Paul Valéry si faceva fotografare dietro al tavolo ingombro di carte. Non è solo questione di forme: l' esplosione della documentalità trasforma radicalmente il mondo intellettuale, che non è più strettamente localizzato né è strettamente urbano, e soprattutto è molto più esteso che in precedenza. Certo, ancora per parecchio tempo continueranno a coesistere, magari nella stessa persona, i due mondi, quello dell' intellettuale cartaceo e quello dell' intellettuale sans papier, esattamente come giornalie libri hanno continuato a convivere con la televisione, ma questo non tocca la sostanza della trasformazione. La seconda caratteristica dell' intellettuale inorganico riguarda una diversa maniera del far testo, dell' essere autorevoli e autoriali. Molto concretamente, ci si potrà domandare che cosa "faccia testo" veramente, tra un blog molto seguito e un libro stampato per scopi concorsuali e che nessuno (forse nemmeno i commissari del concorso) ha letto, fatta salva, beninteso, la circostanza che tanto il blog quanto il libro possono essere completamente stupidi o perfettamente geniali. I dibattiti, di cui non si può sottostimare l' importanza, sull' autorevolezza di Wikipedia, sull' attendibilità delle fonti web, sull' avvenire dell' università sono intimamente collegati alla trasformazione del "far testo" comportata dalla evoluzione della documentalità. La terza è che l' intellettuale inorganico ha a che fare con una trasformazione radicale, e relativamente imprevista, dei rapporti tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Scrivere, non dimentichiamolo, è sempre stato un lavoro manuale. Ma nel web non c' è più la stenografa, il tipografo, la tipografia, che nel blog si riassumono tutti nella figura del blogger, un po' come adesso la persona che fa il check-in è anche quella che strappa i biglietti all' imbarco - biglietti che peraltro ci siamo stampati da soli. Si abbatte la differenza tra il letterato e il "vile meccanico", e - per venire all' altro lato di ciò che i Greci chiamavano techne, ossia l' arte - oggi l' artista usa il più delle volte lo stesso strumento espressivo dell' intellettuale, il computer. La morale è molto semplice. Non ci sono più gli intellettuali di una volta, e forse se tornassero non li riprenderemmo: oggi Cinecittà non rivorrebbe Fellini (troppo costoso e bizzoso), il Corriere della sera non riprenderebbe Montale (troppo salomonico, e poi incline a farsi scrivere gli articoli da altri), e Cambridge licenzierebbe Wittgenstein (poco assiduo a lezione e sgarbato con gli allievi: inoltre pubblicava poco e non correggeva le bozze). Ma gli intellettuali non moriranno, perché per farli morire sarebbe necessario un mondo senza scrittura e registrazioni come quello, puramente radiofonico e televisivo, di cui fantasticava McLuhan nel secolo scorso. Ma un mondo del genere non può darsi, per il banale motivo che non ci può essere una società senza memoria, cioè senza burocrati, che possono diventare intellettuali, come è successo al notaio Jacopo da Lentini, o a Kafka nelle assicurazioni di Boemia e Moravia, e come alla fine succede persino a Bouvard e Pécuchet, quando si fa strada nella loro mente la percezione della stupidità umana. - MAURIZIO FERRARIS