dal sito: www.lescienze.it
Il gruppo di ricercatori della Sapienza, coordinati dal professor Andrea
Lenzi, ha pubblicato su Circulation, la rivista più prestigiosa del
settore cardiovascolare, una ricerca che potrà rivoluzionare l'uso di
alcuni farmaci (in particolare il Sildenafil - Viagra®) finora usati
solo per disturbi di natura sessuale: le note pastiglie stimolanti, non
solo non sarebbero pericolose per il cuore come si pensava, ma avrebbero
al contrario effetti benefici su determinate patologie cardiovascolari.
I problemi che si sono verificati in concomitanza con l'uso di tali
sostanze sarebbero infatti da imputarsi all'associazione con altri
medicinali.
I ricercatori della Sapienza hanno dimostrato che
questi farmaci agiscono su una molecola bersaglio, la fosfodiesterasi di
tipo 5, che è in grado di intervenire sulle trasformazioni cardiache
indotte dal diabete mellito. Il diabete come l'ipertensione o le altre
malattie del sistema circolatorio, infatti può provocare un
ingrossamento del cuore e una alterazione delle fibre del ventricolo
sinistro che durante il battito si contrae di meno facendo ruotare di
più il cuore. Tali alterazioni sono state misurate con una particolare
tecnica di risonanza magnetica.
In collaborazione con le
strutture di radiologia e di cardiologia della Sapienza, il gruppo del
professor Lenzi ha dimostrato che l'inibizione della fosfodiesterasi di
tipo 5 è in grado di riportare queste alterazioni a un livello vicino
alla normalità nei pazienti diabetici e a confermare con indagini
molecolari l'azione del farmaco sulle cellule cardiache.
"Questi dati potrebbero aprire le porte a una nuova classe di farmaci
anti-rimodellamento, in grado di contrastare lo scompenso cardiaco che
rappresenta una causa di morte nel paziente diabetico" -afferma il prof.
Lenzi - "tale risultato mi rende particolarmente orgoglioso perché il
successo della ricerca viene da un gruppo di giovani studiosi, Elisa
Giannetta (ricercatrice a tempo determinato di 33 anni) e Andrea Isidori
(ricercatore confermato di 37 anni) a testimoniare, che l'università
italiana è ancora in grado di investire nelle giovani risorse e
competere con ricerche di livello internazionale".
L’articolo è online sul sito: http://circ.ahajournals.org/content/early/2012/04/11/CIRCULATIONAHA.111.063412.abstract
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