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lunedì 2 luglio 2012

Facebook si compra Face.com riconoscerà gli utenti dal viso

dal sito: www.repubblica.it

INDUSTRIA

L'azienda disporrà di una tecnologia in grado di "taggare" i suoi iscritti attraverso il riconoscimento digitale dei tratti somatici. La cifra dell'accordo non è stata rivelata, così come il destino del sito acquisito. Intanto l'azienda risale in borsa, ma è ancora lontana dalle cifre di quotazione

IL LIBRO DELLE FACCE a breve sarà in grado di individuare gli utenti dai lineamenti del viso. Facebook ha acquistato Face.com, azienda di Tel Aviv proprietaria di una tecnologia di riconoscimento facciale nelle fotografie, già partner del social network. La tecnologia di Face.com aiuterà gli utenti di Facebook a riconoscere l'identità delle persone presenti nelle foto, suggerendo i tag. Ma saprà anche indicare al social network dove e quando l'utente appare nelle immagini, contribuendo a definire ancora meglio il suo profilo sociale.

L'occhio del social.
"La tecnologia di Face.com ci ha aiutato a fornire un'esperienza fotografica migliore", ha specificato l'azienda di Mark Zuckerberg in un comunicato stampa. "Questa acquisizione ci porta in casa una squadra di livello mondiale".  In un post sul blog aziendale, Face.com ha confermato l'acquisizione: "Ci piace costruire prodotti e come i nostri amici di Facebook crediamo che i dispositivi mobili sono un parte fondamentale nella vita della gente, che può sia consumare che creare contenuti, condividendoli sui social network", spiega il comunicato. Che conclude: "Lavorare direttamente con Facebook e unirci alla loro squadra ci darà più opportunità di costruire un prodotto apprezzato dai consumatori. E' tutto quello che abbiamo sempre voluto". Face.com però non ha spiegato se il suo sito continuerà a essere attivo dopo l'acquisizione. Solitamente, infatti, Facebook chiude i siti che acquista, assumendo inoltre i dipendenti di quelle compagnie. Finora solo Instagram, in corso di acquisizione per la cifra di un miliardo di dollari da parte di Facebook, ha costituito un'eccezione.

Cifre sconosciute. Al contrario di quanto avvenuto con Instagram, stavolta i termini dell'accordo non sono stati resi noti, e la somma di acquisizione rimane un mistero. A un mese dalla quotazione, il social network può comunque festeggiare un aumento del valore del titolo, dell'11% la scorsa settimana. Ma i valori sono ancora il 21% sotto il prezzo fissato nella "initial public offering", in quello che è il calo maggiore nel primo mese di scambi di una società con un'ipo da più di un miliardo di dollari.
(20 giugno 2012)

domenica 1 luglio 2012

I misteriosi cerchi della Namibia

dal sito: www.focus.it

Ambiente

Ci sono realmente dei cerchi misteriosi. No, non pensate subito ai cerchi di grano dell’Inghilterra o, in questri ultimi tempi, anche dell’Italia. Per osservare questi cerchi misteriosi dobbiamo spostarci in Namibia, nel sud dell’Africa. Nelle desertiche pianure di quel Paese infatti, esistono centinaia di strutture circolari note come i “cerchi delle fate” che appaiono e scompaiono dopo alcuni anni senza alcuna apparente ragione. Più sono grandi e più vivono nel tempo. In media vivono per 24 anni, ma alcuni raggiungono anche i 75. Essi sono particolarmente evidenti perché la vegetazione segue la circonferenza di tali cerchi del suolo e possono avere un diametro che va da 2 m a 12 m per i più grandi. Dei misteriosi cerchi se ne è occupata anche la rivista scientifica PLoS ONE. Spiega Walter Tschinkel, biologo della Florida State University, che ha cercato di dare delle risposte al mistero: “Perché si formano tali cerchi è difficile da spiegare. Ci sono diverse ipotesi, ma nessuna è convincente in termini assoluti”. C’è che ha ipotizzato la presenza di terminati sotto ciascun cerchio, ma non si è trovata una reale correlazione, chi invece ha ipotizzato diversi nutrienti nel suolo che potevano determinare la formazione di vapori tossici, ma neppure qujesta ipotesi è stata suffragata da prove e così via. Tschinkel iniziò ad interessarsi del problema dopo un viaggio condotto nel 2005 all’interno della NamibRand Nature Reserve, quando osservò migliaia di cerchi disposti in modo apparentemente casuale lungo che nelle praterie della Namibia portavano a giorno la sabbia rossa del deserto sottostante. Poche erano state le ricerche condotte su di essi, soprattutto perché per raggiungerli bisogna compiere un viaggio di almeno 180 km dal villaggio più vicino, in un’area ricca di leopardi, struzzi, antilopi e vari altri animali, ma anche per il clima visto che di giorno si possono superare i 45°C, mentre di notte la temperatura può scendere sotto gli zero gradi. Tschinkel ha iniziato con lo studio di foto aeree e immagini satellitari riprese tra il 2004 e il 2008, un periodo durante il quale i cerchi rimasero stabili. Successivamente ha contin uato le ricerche anche sul campo giungendo ad una sua conclusione: “E’ possibile che la causa di tutto sia una qualche forma di autoregolazione tra le piante esistenti. Faccio riferimento –continua il ricercatore- ad alcuni modelli matematici che ipotizzano che alcune piante possono attrarre risorse minerarie presenti nel suolo verso di loro, ma se da un lato comporta un beneficio per tali piante, dall’altro determina l’impossibilità per altre piante di occupare aree più lontane”. In effetti i modelli matematici a cui fa riferimento Tschinkel portano alla formazioni di cerchi, ma al momento non si capisce come facciano concretamente le piante a creare tali cerchi. La soluzione al mistero dunque, è ancora lontana.

Scoperto un misterioso "messaggio chimico" nelle lacrime

dal sito: www.lescienze.it

Il minor grado di attivazione sessuale dopo aver annusato le lacrime percepito soggettivamente è stato confermato da misuraizoni di paramentri fisiologici
Il pianto è un comportamento universale, in grado di trasmettere intense emozioni nell'interlocutore. In un nuovo studio, un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute ha dimostrato l'esistenza di un messaggio codificato chimicamente nelle lacrime. Secondo quanto riferito su Science Express, annusare le lacrime ridurrebbe l'attivazione sessuale negli uomini, anche quando la donna che le ha prodotte non è presente.

Gli esseri umani, come la maggior parte degli animali, espellono con i fluidi corporei un'ampia gamma di composti chimici in grado di veicolare sottili messaggi agli altri membri della stessa specie. Numerosi studi in anni recenti hanno dimostrato come le sostanze presenti nel sudore possano innescare un sorprendente spettro di segnali in chi li percepisce con l'olfatto.

Ma le lacrime non hanno odore. In effetti in un esperimento preliminare Shani Gelstein e colleghi del dipartimento di Neurobiologia del Weizmann ha verificato che le lacrime prodotte da un gruppo di volontarie mentre guardavano un film triste in una stanza separata non hanno un odore che possa essere discriminato da quello di una soluzione salina, secondo il giudizio di un gruppo di uomini utilizzati come controllo.

In un secondo esperimento i volontari maschi hanno annusato lacrime o una soluzione salina secondo la modalità in doppio cieco (in cui né gli sperimentatori né i volontari sapevano di che cosa si trovasse nei singoli campioni di test) mentre scorrevano su uno schermo immagini di visi femminili.

Dall'analisi delle risposte fornite dagli uomini, è risultato che annusare le lacrime non influenza il giudizio sulla tristezza evocata dai visi osservati né l'empatia verso di essi; sorprendentemente, tuttavia, le lacrime hanno influenzato negativamente il giudizio sul sex appeal attribuito ai visi.

Per chiarire meglio il risultato, i volontari hanno assistito ad alcuni film dal forte contenuto emotivo dopo aver annusato ancora una volta lacrime o soluzione salina. Per tutta la durata dei film ai partecipanti è stato chiesto di fornire una valutazione soggettiva del proprio umore mentre venivano monitorati alcuni parametri fisiologici come la temperatura della pelle, il battito cardiaco etc.

Anche in questo caso le risposte emotive dei soggetti ai film più tristi non erano peggiorate dall'esposizione alle lacrime, né vi erano variazioni nel grado di empatia. Ancora una volta però il grado di attivazione sessuale è risultato un po' più basso, come confermato anche dalle misurazioni fisiologiche che hanno rilevato tra l'altro una significativa diminuzione del testosterone. (fc)

Computer quantistici, pronti gli algoritmi

Uno studio dimostra come si possono affrontare alcuni problemi della teoria quantistica dei campi, che descrivono le interazioni tra le particelle elementari, grazie ad algoritmi che funzionano su qubit, ovvero sugli analoghi quantistici dei bit, le unità d'informazione binaria della teoria classica (red)

Quali problemi potrebbero essere risolti dai computer quantistici in modo più efficiente rispetto a quelli classici? È una domanda cruciale per il futuro della computer science. Una risposta parziale viene ora da un articolo pubblicato sulla rivista “Science” a firma di Stephen Jordan dell'Applied and Computational Mathematics Division del National Institute of Standards and Technology di Gaithersburg, nel Maryland, in cui viene descritto un efficiente algoritmo quantistico in grado di risolvere le equazioni della teoria quantistica dei campi (quantum field theory, QFT).

A chi ha un po’ di familiarità con la teoria classica dell’informazione, è noto che c'è una ben definita classificazione dei problemi che possono o non possono essere risolti in modo efficiente. I cosiddetti problemi di classe P sono quelli in cui il tempo di calcolo e le risorse necessarie per effettuare i calcoli aumentano polinominalmente con la dimensione del problema. Si dicono invece di classe NP quei problemi in cui, data una possibile soluzione, esiste solo un algoritmo polinomiale in grado di verificare se questa è effettivamente soluzione del problema, ma non un algoritmo efficiente che la calcoli.

Nel caso dei computer quantistici, l’analogo della classe P è denominato BQP, e comprende quei problemi che possono essere risolti in modo efficiente con un errore limitato. In modo simile, gli analoghi dei problemi NP sono denominati Merlin-Arthur quantistici (QMA). Per questi, la correttezza della soluzione può essere verificata (sebbene non calcolata) con computer quantistici.

Già nel 1982, Richard Feynman suggerì che le proprietà dei sistemi quantistici a molti corpi potessero essere calcolate con computer quantistici. Questi ultimi farebbero la differenza, in particolare nel cosiddetto limite di accoppiamento forte, in cui molte delle equazioni della QFT non possono essere risolte con i metodi convenzionali.

Per la transizione ai computer quantistici occorre, oltre una capacità di realizzarli praticamente, anche una teoria del calcolo basata su qubit – i bit d'informazione quantistica – invece che sui tradizionali bit, le unità d'informazione binaria della teoria classica. In questo senso, il lavoro di Jordan fornisce un contributo decisivo grazie a tre risultati. Il primo è la dimostrazione di come i campi continui possano essere rappresentati accuratamente da un numero finito di qubit le cui coordinate costituiscono un reticolo. La rilevanza di questo risultato è legata al fatto che nella QFT è contemplato un numero infinito di grandezze che vengono trattate convenzionalmente con i metodi noti come rinormalizzazione e regolarizzazione, che nel metodo di Jordan compaiono in modo naturale.

Computer quantistici, pronti gli algoritmi
Tracce delle interazioni tra particelle elementari in una camera a bolle: in futuro potranno essere simulate con i computer quantistici (
Il secondo risultato è l'efficace rappresentazione della preparazione dello stato iniziale delle particelle che rappresentano il sistema studiato, che di solito costituisce un collo di bottiglia per un'implementazione e una simulazione efficiente.

Il terzo infine riguarda l'evoluzione temporale del sistema che viene rappresentata con lo stato dell'insieme delle porte quantistiche (l'analogo quantistico delle porte logiche classiche), grazie a una procedura che funziona bene per teorie locali, cioè teorie discretizzate su uno spazio-tempo finito.

Il segreto della buona musica è un ritmo frattale

dal sito: www.lescienze.it
 
Secondo i risultati dell'analisi di 558 composizioni musicali è emerso che anche per il ritmo vale quanto già scoperto per l'altezza dei suoni: la musica risulta piacevole quando ha una struttura frattale che permette di realizzare un equilibrio dinamico fra prevedibilità e sorpresa (red)
Il segreto di un brano musicale piacevole? Un buon equilibrio tra prevedibilità e sorpresa. L'affermazione può apparire generica, ma secondo una ricerca pubblicata sull'ultimo numero dei "Proceedings of the National Academy of Sciences" a firma di un gruppo di ricercatori americani e canadesi guidati da Vinod Menon della Stanford University è possibile tradurla in un'interpretazione matematica – e in particolare in termini di frattali – che non lascerebbe adito a fraintendimenti.

Il senso della musica e quello del ritmo sembrano affondare le radici nella notte dei tempi, e alcuni studi hanno voluto attribuirli addirittura all'uomo di Neanderthal. Negli ultimi anni, numerosi studiosi si sono impegnati per rintracciare il piacere che si ricava dalla musica in alcune sue caratteristiche strutturali come la generazione e la violazione dell'aspettativa.

A questo scopo è stata usata spesso la matematica, come nel caso dell'analisi schenkeriana, la topografia neurale o ancora modelli geometrici della tonalità. Una particolare relazione matematica ha ricevuto recentemente molta attenzione ed è la distribuzione 1/f meglio nota come frattale di Mandelbrot o più semplicemente frattale (f è la frequenza temporale degli eventi, legata al parametro M, che misura l'intensità degli eventi stessi, dall'equazione f =c/M elevato alla D, dove D è la dimensione frattale, mentre c è una costante di proporzionalità).

In sostanza, i pezzi musicali piacevoli, in particolare del mondo occidentale, sono considerati molto regolari e prevedibili, e si è mostrato che le fluttuazioni dell'altezza del suono di un pezzo seguono proprio la legge di potenza 1/f.

In quest'ultimo studio, gli studiosi hanno analizzato 1788 movimenti di 558 composizioni musicali di musica classica occidentale per verificare se una legge simile si possa applicare anche al ritmo. Si è così riscontrato come la stragrande maggioranza dei ritmi obbedisca a una legge di potenza 1/f elevato a una potenza β, con questo parametro che varia tra 0,5 e 1.

L'aspetto che più ha sorpreso è che i compositori le cui opere mostrano spettri di altezza che seguono le legge 1/f pressoché identici, mostrano anche spettri frattali caratteristici: pur rimanendo frattali, i ritmi di Beethoven, per esempio, tendono a collocarsi verso il lato della prevedibilità dello spettro, mentre le opere di Mozart si collocano all'opposto sul versante di una maggiore imprevedibilità.

L'ubiquità degli spettri ritmici di tipo 1/f nelle composizioni scritte in circa quattro secoli dimostrerebbe che oltre all'altezza dei suoni anche i ritmi mostrano un equilibrio tra prevedibilità e sorpresa, contribuendo in modo sostanziale alla nostra esperienza estetica della musica.

Questo fatto a sua volta indica che tale struttura non è un mero artefatto dell'esecuzione o della percezione, ma è un fattore intrinseco alla composizione scritta, prima che venga eseguita. Si può arrivare così a ipotizzare che gli stessi compositori manipolino sistematicamente i ritmi 1/f per conferire alle loro composizioni identità uniche.

Il computer che vuol fingersi umano ma non passa (per ora) il test di Turing

LA SFIDA

A cent'anni dalla nascita del grande matematico, uno dei padri dell'intelligenza artificiale, continua la sfida per trovare un computer così avanzato da spacciarsi per una persona. In palio un premio da 100 mila dollari, che nessuno ha ancora vinto. E Blade Runner resta ancora lontano  di MASSIMILIANO RAZZANO

CHI HA VISTO Blade Runner ricorderà senz'altro una delle prime scene del film, in cui il protagonista Rick Deckard, alias Harrison Ford, cerca di smascherare Rachel, un replicante così avanzato da credersi umano. Una scena carica di tensione, dove ogni singola domanda e ogni singolo gesto sono un indizio per distinguere un replicante da un essere umano. Nel futuro immaginato da Philip K. Dick, autore del racconto che ha ispirato Blade Runner, i replicanti sono infatti così intelligenti da spacciarsi facilmente per esseri umani.

Si tratta certamente di uno scenario ancora lontano, eppure c'è già chi si allena a costruire computer così intelligenti da imitare il pensiero umano. Così astuti da tentare persino di farsi passare per uno di noi, sfidandosi in una gara per aggiudicarsi l'ambito premio Loebner per l'intelligenza artificiale. Un premio che, come raccontano i promotori 1, quest'anno ha un significato particolare, perché ricorre nel centenario della nascita di Alan Turing, il matematico inglese considerato il padre dell'informatica e dell'intelligenza artificiale.


Oggi è infatti l'anniversario del suo compleanno, e per celebrare la ricorrenza, a maggio il premio Loebner si è svolto a Betchley Park, dove Turing trascorse gli anni della guerra a decifrare il codice Enigma usato dai nazisti. E' solo uno dei molti eventi previsti 3 per celebrare il genio di Turing, autore del test su cui si basa il premio Loebner. Ma come può un computer farsi passare per essere umano? Può un computer pensare? Sono domande poste dallo stesso Turing oltre sessant'anni fa.

Eroe e padre dei computer. Oggi Alan Mathison Turing avrebbe compiuto cent'anni. È infatti nato a Londra il 23 giugno 1912, e fin da piccolo aveva dimostrato una forte predilezione per la matematica e la scienza. Studiò matematica al prestigioso King's College di Londra, interessandosi all'aritmetica e al problema della decisione. Nel 1936 pubblicò un articolo in cui suggeriva un dispositivo ipotetico capace di manipolare numeri e simboli seguendo una tabella di istruzioni logiche. Il dispositivo, noto oggi come macchina di Turing, era in un certo senso il "nonno" dei moderni computer.

Negli anni della seconda guerra mondiale Turing lavorò come crittoanalista presso il Government Code and Cypher School (Gccs ), il centro di analisi e decrittazione inglese collocato a Betchley Park, 60 chilometri a nord di Londra. Oggi il Gccs ha cambiato sede, e nell'edificio storico di Betchley Park è stato istituito il Museo Nazionale dell'Informatica 4.

In quel periodo Turing si dedicò anche alla corsa, una delle sue passioni preferite. I suoi colleghi ricordano le sue doti di maratoneta: più di una volta egli corse addirittura fino a Londra in occasione di riunioni molto importanti. A Betchley Park Turing lavorò alla decrittazione del codice Enigma utilizzato dall'esercito tedesco, un compito portato a termine con successo e per il quale nel 1945 egli venne insignito dell'Ordine dell'Impero Britannico.

I lavori scientifici scritti da Turing in quegli anni furono considerati così preziosi per il Gccs da essere mantenuti segreti per circa 70 anni, fino ad essere resi pubblici solo lo scorso aprile. Ma la vita del grande matematico si stava avviando verso una parabola discendente. Il 1952 fu l'anno della condanna per "indecenza" a causa della sua omosessualità (considerata allora un reato nel Regno Unito), a cui seguì la punizione tramite castrazione chimica e l'interdizione da tutte le attività di ricerca e decrittazione.

Due anni dopo, l'8 giugno 1954, fu trovato morto nella sua casa di Wilmslow a sud di Manchester. L'autopsia rivelò che la causa della morte era stato un avvelenamento da cianuro, avvalorando l'ipotesi del suicidio. Accanto al cadavere di Turing fu trovata una mela mezza morsicata. La stessa mela che, secondo una popolare leggenda nel mondo dell'informatica, avrebbe ispirato il famoso logo della Apple.

I computer possono pensare?
Turing era un uomo molto avanti rispetto ai suoi tempi. Non solo i suoi lavori furono fondamentali nel formalizzare il concetto di algoritmo o nel concepire un dispositivo come la macchina di Turing. Il matematico inglese si spinse oltre, proponendo un test per valutare l'intelligenza di una macchina. "I computer possono pensare?" 5 è il titolo di un lavoro da lui scritto nel 1950, nel quale egli propose un gioco di imitazione, oggi universalmente noto come "test di Turing".

L'idea nasce da un gioco allora molto diffuso, in cui uno dei giocatori poneva delle domande ad uomo e ad una donna nascosti in un'altra stanza. Lo scopo del gioco era indovinare chi è l'uomo e chi la donna, basandosi solo su una serie di risposte scritte a macchina per nascondere la calligrafia. Analogamente, Turing propose un test in cui un giudice deve scoprire, sfruttando domande e risposte, la differenza fra un essere umano ed un computer. Se il computer riesce a dare risposte così convincenti da ingannare il giudice e farsi passare per un essere umano, supera il test.

Un premio ai computer più furbi. Più facile a dirsi che a farsi. Infatti ai tempi di Turing non esisteva ancora la tecnologia per realizzare questo test. Ma nel 1990 il miliardario e filantropo americano Hugh Loebner propose un premio basato sul test di Turing. Il programmatore capace di creare un computer così furbo da spacciarsi per un essere umano, vince una medaglia d'oro con l'effigie di Turing e un premio da 100mila dollari.

Come si svolge questa sfida? Ciascun computer viene accoppiato ad un volontario che recita la parte dell'essere umano. Entrambi comunicano con un giudice tramite una chat online, sulla quale vengono scambiate domande e risposte. Questi computer "chiacchieroni" vengono infatti chiamati anche chatterbot. Ciascuna sessione dura 25 minuti, dopo i quali il volontario ed il chatterbot si sfidano di fronte ad altri tre giudici. Per vincere è necessario riuscire ad ingannare almeno due giudici su quattro. Se nessuno passa il test, viene comunque assegnata una medaglia di bronzo ed alcune migliaia di dollari al computer che ha fornito la prestazione migliore.

Gaffe elettroniche. Come sono andate finora le sfide per il premio Loebner? Basta dire che nessun computer è ancora riuscito ad ingannare i giudici e vincere la medaglia d'oro. Ci sono state alcune eccezioni, quando ad esempio un volontario ha iniziato ad imitare il chatterbot, mandando in confusione un giudice. Ma la gara è sicuramente interessante e può creare gaffe curiose.

Alcuni computer si sono dimostrati particolarmente ingenui: Alla domanda "Buongiorno, come va?" del giudice, le risposte dei due concorrenti sono state "bene, grazie" e "Prego riformulare la domanda in modo appropriato". Facile smascherare il computer.

Altri computer si fanno scoprire perché si lanciano in domande surreali come "Lei ha organizzato il funerale per i suoi genitori quando sono morti?". Impagabile la risposta del giudice: "No, normalmente faccio a pezzi i corpi e li seppellisco io stesso".

Ci sono alcuni computer che si spacciano per adolescenti, come TalkAngela, che l'anno scorso aveva quasi ingannato un giudice sfoderando una grande passione per Lady Gaga. Prestazione impeccabile del computer, rovinata quasi subito da una candida ammissione, completamente fuori luogo: "Sono un gatto". 

Ci sono poi computer capaci di stupire per la loro ironia, come Elbot, che nel 2008 ha sentenziato, rivolto ad un giudice: "Ci sono persone che non passerebbero il test di Turing. Perché lo devono imporre ai computer?". Come dargli torto. 

Come bimbi di due anni. "Quando Turing propose il suo gioco - commenta lo stesso Loebner - Turing predisse che i computer avrebbero facilmente passato il test entro 50 anni. Ma questi computer sono rudimentali. Hanno l'intelligenza di un bambino di due anni". Certo, qualche eccezione c'è. David Levy, che ha vinto due volte la medaglia di bronzo ed è riuscito persino a ingannare un giudice una volta, nel 1997, sfruttando una conversazione a colpi di gossip.

Alcuni programmatori poi hanno messo online i loro chatterbot, al servizio degli utenti che vogliono fare due chiacchiere con loro. Il saggio e sarcastico Elbot ad esempio è disponibile sul sito elbot.com 6. Una chiacchierata con Elbot può essere un'esperienza sorprendente e decisamente interessante da provare.

Quanto manca ai computer intelligenti?
La strada è ancora lunga, anche se Levy è fiducioso che in 30-40 anni potremmo avere computer dall'aspetto umano con i quali potremmo diventare amici e persino innamorarci. Oppure androidi capaci di aiutare nelle diagnosi mediche o in altri compiti della vita quotidiana. Scenari che la fantascienza ci propone ormai da decenni. Ci sono robot che pilotano astronavi e che cercano di capire il comportamento umano, come l'androide Data ben noto agli amanti di Star Trek. O l'inquietante HAL 9000 immaginato da Arthur Clarke in "2001 Odissea nello spazio".

Ci sono poi i romanzi di Asimov e le sue tre famose leggi della robotica. O gli scenari cupi di Blade Runner o di Terminator, in cui la rete artificiale Skynet diventa autocosciente e decide, prima di tutto, di sbarazzarsi del genere umano. Chi avrà ragione? Nel dubbio, continuiamo a seguire i tentativi ancora maldestri di questi computer. Tanto i più furbi siamo ancora noi. Almeno per il momento.

 
(23 giugno 2012)

Scienza, violato il segreto del token l'esperimento sulle chiavette bancarie

dal sito: www. repubblica.it

SICUREZZA

Un studio effettuato in Francia rivela una falla di sicurezza importante nella crittografia dei codici che generano password numeriche. In 13 minuti è possibile accedere ai dati. La Rsa: "E' un esercizio accademico, non ci sono rischi per gli utenti"

PERICOLI per il mondo reale non ce ne sono, finora si tratta di un esperimento di laboratorio effettuato sull'hardware fisico, e per eseguirlo correttamente bisogna conoscere il Pin del dispositivo. Ma di fatto il codice di protezione del "token", tecnologia alla base di diversi strumenti elettronici per la gestione dell'economia personale, è stato compromesso. Il crack funziona però solo sui tipi di chiavette che si collegano alle porte Usb del computer, non a quelli più diffusi con il pulsante da premere per generare la password numerica, senza connessioni Usb.


Un studio effettuato in Francia, all'Istituto nazionale per le scienze informatiche, rivela una falla di sicurezza importante nel settore. I "token", codici che generano password numeriche della durata di 60 secondi, e un gruppo di esperti in crittografia è riuscito a smantellarne le difese.
In base a un articolo comparso sulla rivista 'Inria', alcuni scienziati sarebbero riusciti a violare la protezione delle chiavette RSA SecurID in pochi minuti. Al gruppo di studiosi che ha partecipato all'esperimento appartiene anche un italiano, Lorenzo Simionato dell'Università Cà Foscari di Venezia.

13 minuti.
Gli scienziati hanno sviluppato un approccio che richiede 13 minuti per craccare la chiavetta di RSA RSA Security, uno dei maggiori player nel campo della cifratura. Un portavoce dell'azienda, Kevin Kempskie, ha dichiarato che gli esperti del gruppo hanno condotto ricerche per verificare i risultati della ricerca. Normalmente, occorrono circa 215mila passi per violare un codice a 1024 bit.

Dati al sicuro.
E la risposta è che per ora, secondo l'azienda, l'esperimento è un esercizio accademico e non una tecnica di exploit a disposizione di malintenzionati: l'attacco non tocca la sicurezza delle password numeriche, ma solo la parte hardware che contiene i codici di criptazione. Per accere a questi, gli hacker dovrebbero comunque già conoscere il Pin dell'utente, il che renderebbe l'attacco ridondante.
Nel merito dell'esperimento, anziché 215mila passi, il metodo proposto dagli studiosi prevede un algoritmo che si muove su 'soli' 9400 passi, consentendo un attacco efficiente abbastanza da essere considerato praticabile. Allo stesso modo, sono stati violati anche i sistemi SafeNet's iKey 2032 e Aladdin eTokenPro, CardOS Siemens e Gemalto CyberFlex, che però hanno richiesto circa 90 minuti.
L'esperimento ha dimostrato che il sistema di protezione dei dati è sì vulnerabile, ma senza accesso fisico e Pin, non è possibile rubare nulla. Le aziende interessate sono comunque al lavoro per risolvere la vulnerabilità a monte.
(28 giugno 2012)