da Repubblica.it
27 agosto 2010 — pagina 53 sezione: CULTURA
La morte costituisce una delle tematiche preferite di letterati, teologi e filosofi, che per millenni ne hanno potuto parlare impunemente. Fino a quando, cioè, della morte nessuno sapeva niente, a parte il fatto che esiste, e chiunque poteva dunque dirne qualunque cosa. Anche in questo campo, però, la scienza sta scompaginando le carte. In particolare, nel 2002 il premio Nobel per la medicina è stato assegnato a Sydney Brenner, Robert Horvitz e John Sulston «per le loro scoperte sulla regolazione genetica dello sviluppo degli organi e della morte cellulare programmata». Abbiamo chiesto a Horvitz di aiutarci a capire come queste scoperte rivoluzionino la nostra visione della morte, e ce la presentino in una maniera meno banale e più affascinante di quanto abbia saputo o potuto fare qualunque romanzo, libro sacro o manuale teoretico. Cos' ha scoperto la biologia, a proposito della morte? «Una cosa per niente intuitiva. Che il processo di formazione degli organismi, per divisioni successive a partire da un' unica cellula-uovo fertilizzata, si basa sulla morte di un gran numero di cellule. L' intero processo è diffuso e fondamentale: ad esempio, muoiono l' 85 per cento delle nostre cellule cerebrali, e il 15 per cento di quelle immunitarie. E in molti casi queste cellule muoiono prima di aver potuto fare qualunque cosa». Nascono per morire? «Letteralmente. Ma la loro morte ha un' importanza vitale: ad esempio, un topo in cui la morte cellulare viene bloccata, si sviluppa in maniera fortemente anormale e non sopravvive a lungo». La morte cellulare è un processo casuale? «Per niente. Infatti la si chiama "programmata", ed è una parte fondamentale del programma genetico dello sviluppo. E, più in generale, della vita animale». Qual è lo scopo di questa programmazione? «Bisogna stare attenti a non farsi fuorviare dalla parola: la morte cellulare è programmata per le cellule, ma non è stata programmata da nessuno! Nella Natura niente è stato programmato: tutto siè semplicemente evoluto, senza alcuno scopo». Diciamo meglio, allora: qual è il vantaggio evolutivo della morte programmata? «Il fatto che permette di "scolpire" e raffinare l' organismo in maniera sofisticata e potente, eliminando alcune cellule che sono già state generate. Quali cellule eliminare, e come, cambia a seconda dell' organismo. E l' intero meccanismo non è ancora stato completamente compreso». La morte programmata interessa solo le cellule di organismi complessi, o anche quelle individuali? «Anche quelle individuali, ma con un meccanismo diverso da quello di cui stiamo parlando. E' stato scoperto da Elizabeth Blackburn, Carol Greidere Jack Szostak, che hanno per questo ottenuto il premio Nobel per la medicina nel 2009». Come funziona? «Quando una cellula si divide, il suo Dna viene duplicato, ma non completamente. A ogni duplicazione si perde per strada qualcuno dei telomeri, che costituiscono una specie di appendice ai suoi cromosomi. E quando tutti i telomeri si sono persi, la cellula non può più duplicarsi. Dunque, tutte le cellule devono morire, e nessuna può vivere all' infinito». Prima ha parlato di "scultura" di un organismo. Può fare un esempio? «Alcune specie di uccelli hanno i piedi palmati, altre no. Questo fa una gran differenza, ad esempio per quanto riguarda l' abilità nel nuotare. E dipende appunto dalla morte cellulare programmata: se questa avviene, le dita si separano, altrimenti no. Tra l' altro, anche i bambini, nell' utero, hanno le mani e i piedi palmati. Queste cellule sono poi rimosse, a meno di un difetto genetico del programma di morte cellulare, che si traduce in due o più dita attaccate fra loro. La cosa ha poca importanza per gli umani, ma può fare la differenza tra la vita e la morte per gli uccelli». Cosa può fare la differenza, invece, per noi? «La prima malattia che viene in mente, legata a un funzionamento anomalo della morte cellulare, è il cancro. Ma il collegamento non è banale, del tipo "morte cellulare - morte dell' individuo". Al contrario, il problema è che le cellule cancerogene si dividono all' impazzata, e rifiutano di morire». La morte dell' organismo può essere causata da un eccesso di vita delle sue componenti? «Esatto. In generale, il numero di cellule in un tessuto è determinato da un equilibrio tra due processi opposti: la divisione cellulare, che aggiunge cellule, e la morte cellulare, che le sottrae. Una crescita eccessiva può dunque essere provocata da due fattori contrapposti: un eccesso di vita delle cellule, o un loro difetto di morte». L' eccesso di vita e il difetto di morte non sono, però, solo due facce di una stessa medaglia? «Lo sono, ma bisogna vedere quale dei due causa l' altro. Nel cancro ci sono esempi di entrambe le cause. Ma nella maggioranza dei tipi di cancro è presente una disfunzione o una disattivazione del programma di morte. E molte terapie, come la chemio o la radio, costringono appunto le cellule tumorali ad attivarlo: non le ammazzano, come si potrebbe pensare, ma le fanno suicidare». Quindi è il suicidio cellulare a essere benefico e necessario. «Direi, anzitutto, che beneficoe necessario è l' equilibrio tra vita e morte. Perché se è vero che nel cancro, ma anche nelle infezioni virali e nelle malattie autoimmuni, il problema è un difetto di morte cellulare, in altre malattie, quali l' Alzheimer o l' Aids, il problema è l' opposto, cioè un suo eccesso. E poi, non è che una cellula abbia solo la scelta tra vivere o suicidarsi. Le cose sono complicate, e l' attivazione o l' inibizione del meccanismo di suicidio possono essere raggiunte in vari modi. Ad esempio, una cellula può suicidarsi direttamente, perché viene attivato questo meccanismo. Oppure può suicidarsi indirettamente, perché viene inibito un altro meccanismo che inibisce il meccanismo di suicidio,e così via. Sappiamo molto di questi vari meccanismi, ma poco di come sono integrati fra loro». Cosa si deduce da tutti questi discorsi, se si paragonano le cellule individuali agli individui e l' organismo a una società? «Una volta l' Università di Berna mi ha dato un premio. Nel comitato per l' assegnazione c' era un teologo, che mi disse di essere rimasto molto colpito dal fatto che il suicidio giocasse un ruolo così grande nella biologia. L' idea che la morte di una parte fosse non solo la manifestazione di un processo naturale, ma anche qualcosa di utile per l' intero organismo, l' aveva costretto a rivedere il suo pensiero teologico». Ma lei, cosa pensa al proposito? « Io sono un biologo, e il mio compito è di scoprire i fatti. Preferisco lasciare ai teologi e ai filosofi il compito di tirare le conclusioni che ne derivano: non ho una religione personale, che mi spinga a generalizzare dalla biologia alla sociologia». -
PIERGIORGIO ODIFREDDI
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