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martedì 19 luglio 2011

WENDELIN WERNER IO, ROMY SCHNEIDER E LE STRANE LEGGI CHE SPIEGANO IL CASO


La medaglia Fields è l' analogo del premio Nobel per la matematica. Viene assegnata ogni quattro anni, al Congresso Internazionale dei Matematici. Wendelin Werner, che oggi ha 42 anni, ha ricevuto l' ambìto premio il 22 agosto 2006a Madrid. Werner, un matematico francese di origine tedesca, ha partecipato qualche settimana fa alla Milanesiana, organizzata da Elisabetta Sgarbi. E ha stupito tutti per la sua simpatia e la sua freschezza, lontane anni luce dallo stereotipo del matematico. Uno dei motivi per cui Werner se ne discosta, è che ha recitato nel 1982 in La signora è di passaggio, con Romy Schneider e Michel Piccoli. Com' è successo, che lei sia finito a fare un film? «Oh, è molto semplice. La produzione voleva un ragazzino che suonasse il violino, e vennero a cercarlo alle prove dell' Orchestra Giovanile. Chiesero chi era interessato a recitare in un film, e tutti alzarono la mano. Meno due, tra cui io. Ma mentre stavo ritirando il violino per tornare a casa, il produttore venne e mi disse che potevo almeno fare il provino, che sarebbe stato divertente». Dire di no è una buona strategia per essere scelti, dunque? «La mia non era pretattica: io non ero veramente interessato a fare l' attore! Ma forse proprio questo mi permise di fare il provino molto rilassato, e venni scelto». Che età aveva? «Tredici anni». E come fu l' esperienza? «Interessante, ma mi resi subito conto che era una cosa da non ripetere. Ci pensai, naturalmente, perchéa quell' età si cerca di capire cosa si vorrà fare da grandi, e dopo quel film avrei potuto pensare di continuare la carriera cinematografica». Com' erano state le recensioni? «Buone, direi. Anche se la mia non era stata una vera recitazione: avevo solo dovuto interpretare me stesso, e l' unica difficoltà consisteva nel non sentire la presenza della cinepresa. Ma dopo la fine delle riprese capii che preferivo studiare matematica o fisica». Il film cambiò il suo rapporto con gli amici? «Questa è una delle cose che mi diedero più fastidio. Prima ero solo uno studente come gli altri, ma tutto d' un colpo mi ritrovai a essere una piccola star. L' intera scuola andò a vedere il film, e dopo tutti mi guardavano in modo strano. Una sensazione terribile». Non le piaceva, la notorietà? «Per niente! E a contribuire all' immunizzazione ci fu anche il trattamento che vidi riservare a Romy Schneider. Lei aveva appena perso suo figlio, e si sarebbe suicidata un paio di mesi dopo. Durante le riprese era perseguitata dai giornalisti, che cercavano di rubare una sua foto in lacrime, o di strapparle una dichiarazione. Essere molestati da paparazzi e giornalisti non era una bella prospettiva di vita». Con la medaglia Fields, però, i riflettori si sono accesi un' altra volta. «È abbastanza ironico che io abbia scelto di fare matematica per rimanere in un ambiente al riparo da queste cose, e che poi sia successo di nuovo». Forse in modo un po' diverso. «Meno ossessivo. Ma anche più tangenziale: in fondo, la matematica non interessa direttamente il pubblico, e nelle interviste si finisce a parlare d' altro». Di cinema, ad esempio. «Appunto. O anche peggio, a causa della percezione che si ha del matematico, come di un matto. Ad esempio, si va a vedere se uno non si taglia le unghie. O perché non accetta la medaglia Fields, come fece Perelman proprio quando la diedero anche a me. Naturalmente, senza mai interessarsi di cosa si è fatto per meritarla». Lei cosa ha fatto, per meritarla? «Ah, questa è l' altra faccia della medaglia! So benissimo che, se incomincio a spiegarlo, i lettori smettono di leggere. C' è una percezione molto distorta di ciò che noi matematici facciamo, e dell' impatto che abbiamo sul mondo reale. In genere ci sono due tipi di reazioni. Una è di delusione, tipo: «Tutto qui?». L' altra di rigetto, tipo: «Che cavolo sta dicendo?». Proviamoci ugualmente. «Il mio lavoro cerca di capire i sistemi apparentemente casuali, che spesso si originano nello studio della fisica. Come d' altronde la maggior parte dei problemi matematici, anche se oggi ci sono molti input che arrivano dall' economia, dalla biologia e dall' informatica». In particolare, cosa studia? «Ad esempio, le transizioni di fase. Cioè i cambiamenti repentini della struttura di un sistema, che si verificano quando si raggiunge una certa temperatura critica: tipo il congelamento dell' acqua a zero gradi, o l' evaporazione a cento. Ci sono fenomeni universali che si verificano nel momento delle transizioni di fase, e io ho lavorato su quelli che si situano sulla linea di confine tra l' analisi complessa e la teoria della probabilità». Di recente lei è tornato al cinema, però, proprio grazie alla teoria della probabilità. «Beh, non direi "tornato al cinema". Semplicemente, nel Racconto di Natale, il regista Arnaud Desplechin ha affrontato una serie di problemi di famiglia, cristallizzati simbolicamente e praticamente in una malattia genetica. E come succede in queste cose, c' era da affrontare il problema delle statistiche relative all' efficacia di terapie come i trapianti. A un certo punto, nel film appare un matematico che spiega le problematiche relative, e affronta la storia della probabilità». Che, in fondo, è nata in Francia. «Infatti volevano citare il problema di Chevalier de Méré, la corrispondenza di Pascal e Fermat, eccetera. Chiesero un aiutoa un amico, che mi porto con sé. Tutto si risolse in una mattinata di consulenza». E hanno seguito i vostri consigli? «Sí. Nel film hanno lasciato una lavagna su cui il mio amico aveva scritto delle formule, perfettamente corrette e sensate! È sorprendente, perché in genere in un film non si curano questi aspetti: è più tipico vedere un attore che suona un violino, e lo tiene in mano come uno studente che ha cominciato a studiarlo da due settimane». L' esempio nonè casuale, credo. Che ruolo ha avuto il violino nella sua vita? «Mi sono diplomato al Conservatorio. E ho continuato a suonare in un quartetto d' archi di matematici. Che è un modo per non sprecare lo studio che si è fatto». Qual è la connessione tra la musica e la matematica? «Viste dal di fuori, sono entrambe attività astratte. Dal di dentro, ci sono somiglianze strutturali, ma preferisco non enfatizzarle troppo. Sono più interessato al fatto che tra la musicae la matematica non ci siano conflitti, e si possano praticare entrambe. In fondo, non ci si può veramente concentrare su problemi matematici per più di qualche ora al giorno, e la musica aiuta a dirottare la mente altrove, in maniera stimolante». Lei trova ancora il tempo di esercitarsi? «Poco. Anche perché se uno ha dei figli, non è una bella cosa passare le poche ore libere dal lavoro chiudendosi in una stanza a suonare, invece di stare con loro». Lei sembra aver avuto tutto dalla vita: due figlie, la medaglia Fields, un film con Romy Schneider, i quartetti d' archi. Cosa le rimane da fare, nei suoi secondi quarant' anni? «Mah, sa, uno può prendere il premio Nobel, e poi traumatizzare l' intera famiglia. Per me la medaglia Fields non conta più di tanto. Naturalmente, è una bella cosa veder riconosciuto e premiato il lavoro che si fa. Ma dopo rimane da fare, come per ciascuno di noi, ciò che è veramente importante nella vita: cercare di essere brave persone, gentili con il prossimo e utili alla società». - PIERGIORGIO ODIFREDDI

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